Latte sardo, madamine, sigarette e crescita infelice

image_pdfimage_print

Magari involontariamente, ma stiamo già praticando la “decrescita felice”. L’illusione della crescita infinita si è rivelata nella sua spietata dimostrazione di impossibilità. Cozza, infatti, contro i princìpi della fisica. E lo si sa sin dagli anni Venti del secolo scorso, quando l’incontro fra biologi e matematici mise tutti al corrente delle leggi che regolano i rapporti delle diverse specie e popolazioni con il cibo e lo spazio disponibile.

Una multinazionale di scienziati – l’americano Alfred Lotka (1880-1949), l’italiano Vito Volterra (1860-1940), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il russo-francese Vladimir Kostitzin (1883-1963) – mise in guardia sull’inevitabile destino di qualsiasi popolazione vivente destinata a crescere sino a un punto nel quale inesorabilmente avrebbe dovuto subire una progressiva decrescita. Questi studiosi constatarono altresì le analogie fra fenomeni ecologici e fenomeni economici, sancendo l’impossibilità di una crescita infinita sul nostro Pianeta finito. Di quella verità scientifica non si è mai voluto prendere atto e neppure oggi sembra esserci un ripensamento, nonostante segnali incontrovertibili ci stiano indicando che il limite sia ormai ampiamente superato e che l’umanità stia pericolosamente raggiungendo il punto di non ritorno.

La risposta del capitalismo alla crisi economica è stata il rifugio nella finanza e il progressivo allontanarsi dai reinvestimenti dei profitti nelle attività e nel lavoro come valore sociale oltre che produttivo in sé. Ma anche qui è ben presto scoppiata la bolla speculativa che non ha ancora esaurito i suoi danni. E la crisi si è ancor più accentuata. Ci ha insegnato che alcuni consumi sono del tutto superflui (ce lo aveva già idicato Agnes Heller con la teoria dei bisogni indotti); se ne può fare tranquillamente a meno senza alcun contraccolpo al nostro stare bene e senza peggiorare affatto la qualità della vita. Li ritenevamo indispensabili e invece non ne sentiamo proprio la mancanza. Viviamo bene, forse meglio.

Vivremmo ancor meglio senza la paura indotta, inventata allo stesso modo da chi vuole venderci la sicurezza – sia essa politica che personale – con le armi della difesa personale. L’industria bellica su cui vive l’export del nostro Paese, non ha purtroppo flessioni, alimentando le numerose guerre in giro per il pianeta. Più preoccupato il comparto produttivo della Val Trompia e dintorni: scendono i cacciatori, che ce ne facciamo delle armi? Una in ogni casa per la difesa personale può essere uno sbocco. Come per il telefono: niente più telefoni pubblici, cellulari per tutti. Niente più – o meno – poliziotti, più armi personali… L’importante è far crescere l’industria e il Pil aumenta anche con i morti ammazzati e con i funerali. Fino a quando?

Prendiamo gli allevatori sardi e le madamine torinesi. Cosa c’è che accomuna le sostenitrici a oltranza e “a prescindere” della realizzazione del tunnel di base del Moncenisio e i pastori di pecore da latte destinato a produrre pecorino romano? La sindrome della crescita infinita.

In Sardegna la crescita produttiva è continuata fino al collasso. Perché il libero mercato – nuovo totem, che ci hanno raccontato si sarebbe autoregolato – non può assorbire all’infinito la crescita.

Le madamine irridono la decrescita felice e sognano treni passeggeri che inseguono quelli merci, e viceversa, in un continuo transito da Lisbona a Kiev, con l’unica pianura fertile d’Italia, quella padana, trasformata in uno sfavillante susseguirsi di poli per la logistica. Invece di campi di mais e grano, pile di container da movimentare non si sa bene come visto che i famigerati TIR sono da mettere al bando… anche se tra qualche decennio (quando forse sarà finito il tunnel e tra altri – non si sa bene quanti decenni ci saranno i tremila chilometri dell’agognata linea ad alta velocità di cui per ora esiste qualche centinaio di chilometri e gli altri non risultano neppure in progetto) probabilmente avremo motori a zero o quasi emissioni. L’importante è fare, andare avanti…

Crescita infinita su un pianeta finito: è questa la lungimiranza sostenuta dalle imprese e dagli organi di informazione strettamente (salvo qualche miracolosa eccezione) nelle loro mani. La politica a rimorchio. Ormai inutile orpello di una finta democrazia chiamata a registrare decisioni che vengono prese altrove. Una macchina infernale in corsa verso un destino che la porterà a sbattere. Magra consolazione cui, ostinatamente, qualcuno cerca di opporsi dovendo contrastare bocche di fuoco alimentate dai denari di tutte le mafie che hanno oramai corroso l’intera società alimentando l’unica religione vincente, quella del denaro e degli affari. Per chi si oppone, la fatwa: «guardate solo all’indietro! Volete farci tornare all’età della pietra!».

Questa è la situazione generale e lo stato di diffusa incoscienza contro cui si scontra la giovane Greta, icona della necessità di cambiare paradigma, radicalmente e in fretta. Inutile dire che tifiamo per lei e ci auguriamo possa compiere il miracolo di richiamare ognuno alle sue responsabilità verso la società e il Pianeta. Ma le icone si fa presto a costruirle e altrettanto presto a distruggerle. Vogliamo sperare non sia così. Ma sarà difficile aprire una breccia nel muro di ignoranza trasversalmente esteso all’intera rete dei decisori mondiali. Senza alternative di pensiero, senza alterità di progetto, tutti concubini del liberismo senza freni. Nessuno sembra in grado di guardare oltre un modello di sviluppo strangolato dalla necessità della crescita senza la quale sembra impossibile parlare di futuro.

Eppure esistono prospettive di sviluppo oltre questa iconica crescita che produce unicamente distruzione delle basi stesse della vita.

Nessuno sa proporre un modello che non sia quello del produrre-vendere-consumare (ripeto cose che dicevamo più di 40 anni fa) in cui trionfa l’economia speculativa della massimizzazione dei profitti senza etica alcuna e meno che mai con la preoccupazione del valore sociale del lavoro. È la globalizzazione, bellezza… Vince il mercato, si impone il profitto: parametri miserabili su cui è impossibile costruire futuro.

A tutti va bene così, tranne che a frange emarginate senza parola. Va bene agli imprenditori che traggono profitti, va bene ai lavoratori e ai loro sindacati (vero Landini?) perché hanno da vivere. I senza lavoro non hanno parola, dunque non li conteggiano. A farne le spese è la Terra, l’ambiente, le sue limitate risorse. Ma non ha parola e dunque non conta niente neppure lei.

Facciamo ostinatamente finta che la tragedia della Terra non sia anche l’atto finale della nostra tragedia. Meno che mai possiamo far finta, oggi, di non saperlo. Un tempo non c’era la Rete e le informazioni viaggiavano tra ristrette oligarchie di pensiero. Ma dall’inizio degli anni Settanta la pubblicistica americana e il rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita non lasciano più alibi a nessuno. Meno che mai alle classi dirigenti.

Ma anche i cittadini, davanti alla febbre del Pianeta e ai cambiamenti climatici che iniziano a farci comprendere le conseguenze delle nostre disobbedienze alle regole e a cicli naturali cui dovremmo appartenere, non possono più dire di non sapere.

Sa molto bene e ci sbatte in pieno viso le nostre responsabilità, la giovane Greta che domanda ai potenti del mondo misure atte a garantire a lei e alle generazioni che verranno un futuro degno di essere vissuto. Stiamo loro preparando un deserto. E l’abisso che si apre su questa prospettiva è vicino. Siamo oltre sette miliardi di brulicanti geofagi che continuano con accanimento a spolpare questa povera Terra, nell’illusione di quella che continuiamo a chiamare crescita e che invece è continua erosione della nostra stessa vita.

Eppure non registriamo proteste internazionali davanti ai progetti devastanti del nuovo presidente brasiliano Bolsonaro, che annuncia l’annientamento dei popoli nativi e lo sfruttamento della foresta amazzonica, mentre si prepara a mettere in atto tutte le possibili azioni contro il Sinodo che papa Francesco, l’ecologista, ha programmato per l’autunno sul tema Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale. Si parlerà del progetto della transamazzonica, ma anche dei predoni multinazionali nel bacino del Congo, del sistema acquifero Guaranì, delle foreste tropicali del Pacifico asiatico e del corridoio biologico mesoamericano. In continuità con la Laudato si’ l’intento è quello di «promuovere un’ecologia integrale, ovvero ambientale, economica, sociale, culturale e della vita quotidiana».

Ma «Cambiare rotta, o convertirsi integralmente, non può esaurirsi in una conversione di tipo individuale. Un cambiamento profondo del cuore, espresso in comportamenti personali, è necessario quanto un cambiamento strutturale, espresso in comportamenti sociali, in leggi e in programmi economici coerenti». Ancora una volta il richiamo è a «una conversione ecologica che esige uno stile di vita nuovo. La conversione domanda di liberarci dall’ossessione del consumo. […] La conversione ecologica significa assumere la mistica dell’interconnessione e dell’interdipendenza di tutto il creato». Bisogna far risorgere il pensiero e l’impegno di Chico Mendez che sembra invece lontano secoli, ucciso allora dal capitalismo prenditore e predatore, oggi dalla nostra indifferenza.

Se permarrà, passeranno pochi decenni e la Corrente del Golfo cesserà di svolgere i suoi benefici effetti sul nord dell’Europa. E sarà ben peggio della Brexit. Quella che gli esperti hanno chiamato Antropocene è l’era della scomparsa della nostra specie, così stolta da essere incapace di vivere in quel Paradiso terrestre che ci è stato affidato e che stiamo dilapidando. Così sciocca da non accorgersi che l’avanti a cui aspira in realtà sta facendo rotta, a velocità in costante aumento, in direzione opposta. In agguato è la crescita infelice che al traguardo non può che incontrare lo schianto nel nulla.

Eppure la derisione sopportata per decenni e gli argomenti nei confronti di chi mette in guardia verso questa “non prospettiva” sono sempre gli stessi, ammantati da superficiale leggerezza e da totale ignorante menefreghismo.

Questo è il DNA della nostra classe politica e dirigente. E non da oggi. Sentiamo la continua ripetizione dei mantra di chi pur avendone ormai conoscenza rifiuta ostinatamente di prendere coscienza. È la sindrome del pacchetto delle sigarette. Sappiamo che il nostro consumo “nuoce gravemente alla salute” eppure continuiamo a ignorare l’evidenza. Per il fumo si ottenne, non senza fatica, che i fumatori non compromettessero anche la salute degli altri. Per l’ignoranza dei danni ambientali il nocumento, purtroppo, non può essere circoscritto agli inquinatori.

Anche questa è una metafora dell’umanità che si rifiuta di prendere atto di ciò che comporta non tornare nei binari delle leggi di natura. E la meta rischia di essere la stessa, un inconfessato desiderio di morte. Ma ciò che è peggio e che i nostri comportamenti di oggi nuoceranno gravemente non solo alla salute di chi li decide, oggi, in maniera irresponsabile, ma alle generazioni a venire. Forse per sempre.

Il futuro sereno e il buon vivere delle generazioni che verranno – avverte papa Francesco – passano solo dalla scelta di una felice sobrietà e da un’armonia multiforme che nascono dalla cultura dell’incontro e mettono da parte l’ossessione per il consumo e la cultura del rifiuto, dello scarto. Dice bene Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sul quotidiano torinese schierato fortemente per la promozione della linea ad alta velocità del Corridoio 5: «La nostra sinistra ancora fatica a svincolarsi da un discorso sviluppista legato a un modello stantìo di produttivismo fatto di grandi opere e di grandi player industriali» (La Stampa, 6 marzo 2019, Quei giovani in piazza con Greta).

Il centro sinistra del neosegretario PD Zingaretti sembra non cogliere la contraddizione dello schierarsi per il traforo del Moncenisio e per l’iniziativa di Greta. Meno che mai il ragionamento può essere compreso dal centro destra appiattito, insieme alla stragrande maggioranza dell’informazione sul modello di sviluppo domimante, sul predominio del Pil e incapace di visione di futuro. Che, a questo punto, o è dalla parte dell’ambiente o non è. Perché senza una drastica riconversione stiamo andando dritti dritti verso la fine dell’Antropocene.

Ben descriveva questa prospettiva l’amico Guido Ceronetti: «Il paragone più adeguato è il treno di Eschede in Germania: il 3 giugno 1998 un nuovo convoglio ad alta velocità parte da Monaco per arrivare ad Amburgo e si ferma invece tragicamente ad Eschede. L’alta velocità, l’ultimo grido della tecnica più avanzata d’Europa, deraglia rovinosamente (101 morti, 88 feriti gravi). Noi siamo un po’ tutti sulla stessa linea. Ad Amburgo è difficile che ci arriviamo. Ad Eschede ci arriveremo ancora». (V. Giuliano e G. Caresio, In un mondo che corre verso Eschede. Amichevole colloquio con Guido Ceronetti, Parchi n. 60/2011).

L’articolo è pubblicato anche su Pro Natura

About Valter Giuliano

Valter Giuliano, giornalista e ambientalista, è stato presidente della Federazione Nazionale “Pro Natura”, consigliere della Regione Piemonte e assessore della Provincia di Torino con deleghe a cultura, parchi, montagne e minoranze linguistiche. È consigliere comunale di Ostana, dove cura la manifestazione “Premio Ostana. Scritture in lingua madre / Escrituras en lenga maire”. È direttore di “PASSAGGI e Sconfini. Periodico di natura, cultura, arte e tradizioni del Nord-Ovest”.

Vedi tutti i post di Valter Giuliano