Le grandi opere, Macron e l’Italia

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La decisione del Governo francese, intervenuta nei giorni scorsi, di abbandonare il progetto di costruzione del mega aeroporto di Notre-Dame-des-Landes  dopo 50 anni di discussioni e di opposizione (ricostruiti in modo dettagliato e appassionato in un libro del collettivo “Mauvaise Troupe”, pubblicato proprio in questi giorni, in traduzione italiana, dalle Edizioni Tabor, con il titolo Contrade. Storie di Zad e di Tav) è un fatto nuovo importante, oltre che una vittoria storica del movimento popolare di opposizione. La partita non è chiusa, ché resta aperta la questione della destinazione dell’area e della sorte di chi, in questi anni l’ha occupata, abitata e coltivata, ma, per una volta almeno, Davide ha sconfitto Golia, con tutto ciò che segue anche sul piano dell’immaginario e dell’esempio. Per di più tale decisione fa seguito – cosa altrettanto importante – a quella concernente la “pausa di riflessione” voluta dalla stesso Governo francese sul futuro della Nuova linea ferroviaria Torino-Lione (più nota come TAV) intervenuta nei mesi scorsi (link ad articolo da inserire in sezione “ambiente”).

Cosa è dunque accaduto? Non certo l’improvviso avvento di un governo progressista in Francia (il tecnocrate Macron è il simbolo delle feroci politiche di chiusura nei confronti dei migranti e di ulteriori strette nel campo dei diritti dei lavoratori…) e neppure un incremento quantitativo delle forze politiche contrarie in via di principio all’opera. Più semplicemente è accaduto che la tenacia e la determinazione del movimento di opposizione hanno tenuto la partita aperta e, alla fine, il tempo ha giocato a favore della razionalità minima, sì che anche i tecnocrati favorevoli, sino a pochi anni o mesi prima, all’opera non hanno potuto occultarne ulteriormente l’irrazionalità e l’insostenibilità (fino a ieri accantonate con vuoti riferimenti alle esigenze del progresso…).

Tutto ciò dice qualcosa anche all’ Italia e, in particolare, al Movimento No TAV della Val Susa, da sempre in stretto contatto politico e operativo con il movimento francese. Nel nostro Paese si avvicendano ministri delle infrastrutture (alcune dei quali, come rivelato da intercettazioni telefoniche, non distinguono una ferrovia da un’autostrada), sindaci, burocrati e commissari ma nulla (o assai poco) cambia nell’ atteggiamento rispetto alla Nuova linea ferroviaria che, sia pure con estrema lentezza, procede nel suo iter. Eppure anche in Italia è sempre più evidente l’irrazionalità e l’insostenibilità economica dell’opera ormai denunciata anche da studiosi sviluppasti e non certo fautori della decrescita. È il caso un libro appena uscito (Sola andata. Trasporti, grandi opere e spese pubbliche senza ritorno, Università Bocconi Editore) scritto da un fiero liberista come Marco Ponti che demolisce il progetto, definendolo residuo di un altro secolo e fonte di puro sperpero di denaro pubblico. Perché dunque, a differenza di quanto accade in Francia mancano, nella politica italiana, segnali di ripensamento o voglia di approfondire? Per la congiunzione di diversi elementi. Tre su tutti: l’esistenza, a sostegno, di interessi economici e finanziari più forti della politica; la sopravvivenza di un’idea di sviluppo tanto anacronistica quanto dura a morire (che nega ormai anche l’evidenza e si fonda su atti di pura fede come quello secondo cui la caduta dei trasporti sarà arrestata e invertita dalla costruzione di una ferrovia); la disperazione di un sistema politico incapace di dare alla crisi vie di uscita razionali. Di qui la mobilitazione a sostegno di apparati, giornali, magistrati… Eppure c’è del nuovo sotto il sole se finanche il papa di Roma, nella lettera enciclica Laudato si’ si spinge a scrivere che «L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti. Se non lo facciamo, ci carichiamo sulla coscienza il peso di negare l’esistenza degli altri. Per questo i vescovi della Nuova Zelanda citati da papa Francesco si sono chiesti che cosa significa il comandamento “non uccidere” quando “un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere».

Le decisioni del Governo francese aprono nuovi scenari anche per l’Italia. Non si tratta dell’attesa messianica di un “Governo amico” che probabilmente non ci sarà, né a breve né a medio termine. Ma della convinzione che tenere alta la mobilitazione e aperta la partita anche sul versante istituzionale ( si veda la sentenza del Tribunale permanente dei popoli e l’ esposto alla Procura della Repubblica Roma) sarà, forse prima di quanto si pensi, pagante.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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