Quei “bravi ragazzi” di Salò e la falsificazione della storia

Nella puntata di “Otto e mezzo” del 25 aprile, lo storico (medievista) Franco Cardini, classe 1940, con un prestigioso curriculum internazionale e onorificenze conferitegli – apprendo dal suo blog – da granduchi di Toscana, sovrani militari dell’Ordine di Malta ed esarchi della chiesa greco-ortodossa, ha spiegato perché Giorgia Meloni non può riconoscere il valore fondante dell’antifascismo. Trattasi, per cominciare, di questione semantica: il termine è ambiguo, perché ricomprende molti, talvolta confliggenti, antifascismi; da qui la riluttanza di Meloni – e dello stesso Cardini – ad abbracciarlo. Eppure, nell’eterogeneità delle forze che si riconoscono in questa categoria (politica, sì, ma anche etica e antropologica), un minimo denominatore c’è: ed è, appunto, il rigetto del fascismo. Qui sta il problema, per l’estrema destra, non nella semantica.

E infatti Cardini punta il dito contro chi, per delegittimare la presidente del consiglio e il suo partito, usa l’aggettivo “fascista” in maniera “terroristica e anche calunniosa”. Sarà per i ritmi televisivi (Lilli Gruber più volte tenta di arginare la verbosità del professore), ma non ci è dato sapere dove starebbe la calunnia nel ricordare che, per la catastrofe in cui ha precipitato l’Italia, e il mondo intero, il fascismo è incompatibile con la democrazia disegnata dalla Costituzione – benché nella prassi, come sappiamo, le cose siano andate diversamente. E proprio Cardini ne è la prova vivente, essendosi iscritto all’MSI a tredici anni (una vocazione precoce), per poi lasciarlo nel 1965, fulminato sulla via… dell’Havana (già, perché il professore è un bel concentrato di rossobrunismo).

Al di là della semantica, e della violenza verbale dello schieramento avverso a Meloni, il problema, continua Cardini, è soprattutto storico. Si è imposta una narrazione manichea della Resistenza: da una parte, “l’eroicizzazione globale e collettiva” dei partigiani; dall’altra, la demonizzazione integrale di chi aderì alla Repubblica di Salò. E qui veniamo al punctum dolens: perché potremmo liquidare la concione di Cardini come ciarpame propagandistico, propinatoci più volte in questi decenni (ma questa non è un’attenuante: repetita non semper juvant). A parlare però non è un Pansa, ma uno studioso con un cursus honorum imponente. E il professore ci tiene a chiarire che parla da storico, e più specificamente da medievista. Del resto, in questa veste, di storico, non di intellettuale di destra, lo ha invitato (insieme con Ezio Mauro e Nadia Urbinati, entrambə impietritə dalle esternazioni di Cardini) la conduttrice Gruber, e proprio il 25 aprile. Non se ne capisce la ragione, né l’opportunità, a meno che non si tratti di una rimodulazione del pluralismo tale da includere negazionisti di ogni sorta. Il latinorum che sfoggia Cardini, affossando l’audience con la distinzione tra ius ad bellum (la legittimità del ricorso alla guerra) e ius in bello (la legittimità della condotta tenuta in guerra), non basta infatti a certificarne la competenza in materia di storia del fascismo e della Resistenza. E se unə storicə contemporaneista si mettesse a disquisire sulle Crociate, Cardini, che del tema è uno specialista, verosimilmente avrebbe qualcosa da eccepire.

Imperterrito nello svilimento della disciplina cui si dedica da decenni, il professore ci rende partecipi della sua interpretazione, povera di storiografia, ma ricca di psicologia e di moralità sui generis. Tra coloro che aderirono alla Repubblica di Salò – qui il tono si fa vibrante – vi erano molti giovani che si sentivano delusi, anzi, traditi, dal re vile. Sfugge al dotto un particolare: la gioventù che compì la scelta opposta – la lotta di liberazione dal nemico straniero, dall’oppressore interno e, per qualcuno, anche dai “padroni” – non aveva conosciuto altro, nella sua breve vita, che un regime liberticida, razzista e antisemita. Difficile che avesse fiducia nelle istituzioni. Ma il riscatto lo cercò nel futuro, non nel ritorno al passato.

Veniamo ai giovani delusi della Repubblica di Salò. Cardini ne è convinto: erano brava gente. «Quei ragazzi, quelle persone, quei soldati […] sono stati molto spesso tutt’altro che degli aguzzini, degli assassini. Tutto questo è stato riconosciuto più volte. Sono stati dei combattenti seri, onesti, e questo andrebbe riconosciuto». Sarà per questa loro “onestà” che, nel dopoguerra, il sistema giudiziario (ammorbato da funzionari che avevano fatto carriera grazie al regime) assolse i criminali fascisti mentre perseguitò uomini e donne della Resistenza con un accanimento talvolta inenarrabile (la vicenda di Zelinda Resca è tristemente esemplare). Oserebbe il professore, e chi come lui falsifica la storia, raccontare la favoletta sui repubblichini guardando negli occhi le famiglie che hanno avuto la vita distrutta dalle nefandezze perpetrate da quegli onest’uomini? Sosterrebbe un confronto con colleghə specialistə della materia? Improbabile, perché i “riconoscimenti” cui allude non vengono da ricerche storiografiche, che, anzi, smonterebbero impietosamente il suo idilliaco quadretto; la sua “fonte” è… Luciano Violante, al quale rende omaggio. Esattamente come ha fatto Meloni, che, nella lettera al Corriere della sera, ne ha apprezzato la disponibilità «a individuare – nel suo memorabile discorso di insediamento da presidente della Camera quasi trent’anni fa – proprio in una certa “concezione proprietaria” della lotta di Liberazione uno dei fattori che le impedivano di diventare patrimonio condiviso da tutti gli italiani». Idee che Violante, evidentemente fiero del suo ruolo ecumenico, ha ribadito anche in occasione di quest’ultimo 25 aprile, esortando al contempo la destra a riconoscere il valore della festa della Liberazione. Ma il suo auspicio – che il 25 aprile diventi la festa di tuttə – suona come una campana a morto per quei valori che dovevano segnare la nascita di una nuova Italia, redenta dalla sua autobiografia: perché soltanto azzerando la storia, e la componente di democrazia sociale della Costituzione, si può offrire alla destra un 25 aprile accettabile. Per espiare la colpa di essere statə comunistə, Violante e il suo partito, tagliando il ramo su cui sedevano, hanno finito per consegnare il paese alla destra – estrema.

Noi sappiamo. Sappiamo i nomi dei responsabili della persecuzione degli antifascisti, delle torture e delle stragi durante la guerra civile, delle bombe durante la strategia della tensione, delle aggressioni a militanti di sinistra negli anni Settanta e anche oltre. Sappiamo e, a differenza di Pasolini, molto spesso abbiamo le prove. Ma – dobbiamo dircelo – questo non è sufficiente, purtroppo. La denuncia dei crimini passati e presenti del fascismo, pur imprescindibile, non fa vincere la battaglia. Dobbiamo, piuttosto, insistere su come quei valori di “libertà”, “sovranità”, “sicurezza” con cui la destra si pavoneggia, si traducano, nella vita quotidiana delle persone, in solitudine, impotenza, guerra di tuttə contro tuttə.

Gli autori

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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