La strategia della destra: anestetizzare l’antifascismo

image_pdfimage_print

Non c’era bisogno delle esternazioni del ministro Lollobrigida sulla “sostituzione etnica” per rendersi conto delle matrici culturali di chi ci governa (è bene ricordarlo per restare ancorati al principio di realtà, non con la maggioranza ma con il 13% dei voti dell’elettorato). Bastava quello che è successo poche settimane fa in quel di Cutro, con quella concezione gerarchizzata delle vite che contano e che non contano sottostante al mancato soccorso dei naufraghi, e delle morti che contano e che non contano sottostante all’ostentata indifferenza con cui la Presidente del Consiglio ha evitato di posare anche solo uno sguardo sulle bare delle vittime. Che cos’altro se non questa gerarchizzazione delle vite e delle morti porta alla “soluzione” dei campi, di concentramento e sterminio ieri e di detenzione e tortura oggi, nello stesso momento in cui, ieri e oggi come ieri, si piange sulla denatalità e si celebra la donna come madre della nazione e dei nativi?

Nemmeno c’era bisogno dell’annuncio del 25 aprile praghese di Ignazio La Russa, con annessa barzelletta sull’assenza dell’antifascismo nella Costituzione, per assodare quale sia la strategia degli ex-post-neo fascisti rispetto al fascismo e all’antifascismo. Bastava il suo discorso di insediamento alla seconda carica dello Stato, giudicato all’epoca con connivente clemenza dalla stampa mainstream, e bastava pure l’autobiografia di Giorgia Meloni, per capire che la suddetta strategia non è estemporanea, non è una mera provocazione, non divide bensì unisce la Presidente del Consiglio e i suoi “fratelli”, e si articola in tre mosse.

Prima mossa: equiparare nazifascismo e comunismo sotto il titolo comune di totalitarismo, e non concedere alcuna presa di distanza dal primo senza pretendere in cambio l’abiura del secondo, anzi rivendicare, come eredi del fascismo, un processo di democratizzazione avvenuto che gli eredi del comunismo non avrebbero invece portato a compimento. Seconda mossa, la più specificamente meloniana: identificare l’antifascismo della Resistenza con l’antifascismo militante degli anni ‘70 (e quest’ultimo con i suoi episodi più scriteriati e nefasti tipo l’incendio di Primavalle, oggetto nei giorni scorsi di una campagna cinicamente strumentale sui giornali della destra all’unisono), in modo da poter continuare a vittimizzare «i fratelli allora morti sul selciato» (ovviamente esentandoli da qualunque corresponsabilità nello stragismo neofascista del quale sempre si tace), e in modo da poter continuare a sostenere che i conti in sospeso in Italia non sono quelli con il fascismo, bensì quelli con l’antifascismo. Terza mossa: derubricare il fascismo a un incidente di percorso nella lunga storia della “nazione”, ad esempio annacquando il senso della data del 25 aprile in una lista insensata di date che vanno dal 17 marzo, proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, al 18 aprile, vittoria della Dc sul fronte socialcomunista nel 1948, al 9 novembre, caduta del Muro di Berlino nel 1989.

Sono i tre cardini di una “guerra culturale” condotta dal Governo nella piena consapevolezza che attraverso di essa passa gran parte del tanto agognato trasferimento di egemonia dalla sinistra alla destra nella storia repubblicana. Grave errore è considerare questa guerra un diversivo per distrarre l’opinione pubblica dalle inefficienze del Governo sui problemi del presente, vedi l’inflazione o il Pnrr, con il cabaret sul passato. La visione del passato e l’azione nel presente sono com’è noto sempre intrecciate. E infatti questa visione del passato è confermata e corroborata dall’azione di governo per come si è configurata fin qui: corporativizzazione della società e dell’economia, xenofobia galoppante, attacco ai diritti sociali e civili, demolizione della forma di stato repubblicana con le annunciate riforme del presidenzialismo e dell’autonomia differenziata, rivalutazione del passato coloniale (la visita di Meloni in Etiopia senza una parola sulle nefandezze lì compiute da Mussolini e dal generale Graziani oggi monumentalizzato è uno degli atti più indecenti e più sintomatici, nonché più sottovalutati, del melonismo).

Ce n’è quanto basta dunque per rilanciare l’antifascismo come postura di lotta politica sul presente e non come celebrazione vuota del passato. Ma ce n’è quanto basta anche per rimettere la questione del rapporto fra presente e passato sui binari giusti, dai quali continuamente deraglia grazie a un dibattito mal posto, che liquida qualunque allarme sui possibili ritorni di fascismo nella democrazia italiana (e non solo italiana) sulla base di una presupposta incomparabilità fra le nuove destre e il fascismo novecentesco. Tralasciamo il fatto, ovvio, che le congiunture storiche diverse sono comparabili per definizione, altrimenti lo stesso lavoro degli storici non avrebbe senso, e che la comparazione con il passato fascista è non solo lecita ma dovuta in un paese come l’Italia che il fascismo l’ha inventato e ce l’ha impresso nel DNA, e veniamo al punto, un tantino più complesso di come viene liquidato. Perché se è vero che dopo mezzo secolo di neoliberalismo il fascismo non può tornare nella sua configurazione novecentesca, statalista, autoritaria e repressiva, è altrettanto vero che ingredienti basilari della cultura fascista possono transitare sotto forme istituzionali e disciplinari diverse da quelle del regime di un secolo fa. E se è vero che le destre radicali di oggi sono fatte da una miscela assai contraddittoria – libertarismo e autoritarismo, moralismo e nichilismo, individualismo e populismo, tradizionalismo e nuovismo, liberismo e protezionismo – e diversa da quella dei partiti fascisti del passato, è altrettanto vero che gli ingredienti di questa miscela si combinano a loro volta con quelli che della tradizione fascista sono i più classici, dal nazionalismo al razzismo al sessismo, il tutto sotto il velo legittimante di forme democratiche svuotate di sostanza. E infatti quello a cui stiamo assistendo non è un ritorno del fascismo storico: è un non meno allarmante riciclaggio democratico della sua cultura politica.

A distinguersi in questa operazione di riciclaggio non è solo il partito dei “fratelli d’Italia” tuttora illuminato dalla fiamma tricolore. È l’area cosiddetta liberale della stampa mainstream, militantemente impegnata con una mano a legittimare la destra radicale di governo come destra democratica destinata a evolvere verso un partito conservatore “europeo” e “normale”, dall’altra a sostenere il teorema di cui sopra della sua incomparabilità con il fascismo storico. Le due cose, a ben vedere, si tengono. Ripetuto come uno scongiuro, il suddetto teorema serve infatti a scongiurare non tanto o non solo un ritorno di fascismo quanto e soprattutto un ritorno di antifascismo: ovvero ad archiviare la forma agonistica e conflittuale di una democrazia che si vorrebbe invece anestetizzare nell’alternanza meramente elettorale fra una sinistra che non dev’essere più sinistra e una destra supposta, contro ogni evidenza contraria, “normale” e innocua. Non basta, perché i tempi sono tempi di guerra e a questi argomenti se ne aggiunge ora un altro, secondo il quale basterebbe lo schieramento senza se e senza ma dalla parte della resistenza ucraina a fornire al Governo la credenziale definitiva di democraticità, se non di assunzione sia pure involontaria dei valori dell’antifascismo. Si occulta così il fatto che nella prospettiva di Meloni l’appoggio all’Ucraina coincide con l’allineamento ai valori e alla strategia di Visegrad e dei paesi baltici. Ovvero di quel pezzo di Europa centro-orientale che ha già ricostruito la propria identità nazional-sovranista precisamente sulla base di un revisionismo storico che, partendo dall’equiparazione fra i due totalitarismi novecenteschi, finisce di fatto col derubricare i crimini del nazismo per demonizzare quelli del comunismo sovietico. Non vengono solo da Putin i rischi di un ritorno agli anni più bui del Novecento europeo, e il laboratorio italiano è come sempre solertemente all’opera.

L’articolo è tratto, in virtù di un accordo di collaborazione,  dal sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato)

Gli autori

Ida Dominijanni

Ida Dominijanni è giornalista, saggista e filosofa. Dal 1982 al 2012 ha lavorato al quotidiano “il manifesto”, dapprima alla sezione culturale e poi come notista politica ed editorialista. È stata docente di filosofia sociale presso l’Università Roma Tre. Collabora attualmente con il Centro per la Riforma dello Stato (CRS). Ha scritto, tra l’altro, “Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi” (Ediesse, 2014).

Guarda gli altri post di: