Ignazio Benito Maria La Russa

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Una scena da film, un film dell’orrore. A un secolo esatto dalla marcia su Roma e dal discorso di insediamento di Mussolini, allo scranno più alto del Senato è arrivato un altro Benito, Ignazio Benito Maria La Russa. A leggere i risultati del voto e a formalizzare la sua elezione è stata una donna simbolo, Liliana Segre, a cui quando era bambina un altro Benito aveva impedito di entrare nella sua scuola perché ebrea, lo esigevano le leggi razziste del ’38. E poi ad Auschwitz, da cui era riuscita a ritornare devastata ma viva. Si possono capire, a 92 anni, molti dei quali spesi a raccontare agli studenti l’olocausto e i crimini del nazi-fascismo, le vertigini provate nel trovarsi in quel posto in quel giorno (https://volerelaluna.it/materiali/2022/10/14/la-bambina-costretta-dalle-leggi-razziste-a-lasciare-i-banchi-di-scuola/), e dover consegnare il Senato a un fascista, uno che si fa intervistare a casa sua per dire che il fascismo non esiste più, con alle spalle i busti dell’altro Benito, quello delle leggi razziste, quelle che hanno deportato Liliana nel campo di sterminio. Poteva andare peggio di così? No, non poteva.

Quando guardo le foto di La Russa sui giornali o in tv, automaticamente mi ritrovo dentro un incubo. La macchina del tempo, impietosa, mi riporta a piazza Fontana a Milano, in piazza della Loggia a Brescia, alla stazione di Bologna. Al tempo in cui i fascisti erano il braccio e la mente erano gli apparati dello Stato (separati, sì, ma dalla democrazia; deviati, sì, ma rispetto a un ruolo democratico mai concretizzato). Le braccia e la mente di una interminabile strage di Stato contro ogni tentativo di massa di dar seguito ai dettami della Costituzione e di emancipazione dal “fascismo eterno” di cui ha mirabilmente scritto Umberto Eco. E, foto dopo foto del secondo Benito, mi ritrovo addosso la paura di cinquant’anni fa, quando capitava di dover passare la notte fuori casa, non si sa mai. Magari a presidiare la sede di un partito di sinistra, o del sindacato, o la redazione di un giornale. Nel racconto degli anni Settanta il fuoco e il piombo neri telecomandati sono praticamente scomparsi, se ne ricorda solo chi li ha sofferti sulla propria carne e ne porta ancora i segni nell’anima.

Gli assalti fascisti alle Camere del lavoro di un secolo fa, per motivi anagrafici, li ho solo studiati. Quello di un anno fa, invece, l’ho visto. Aveva ragione nello spirito che lo faceva parlare, Giancarlo Pajetta, quando diceva: «Con voi fascisti i conti li abbiamo chiusi a piazzale Loreto», e in un’altra circostanza: «Con voi abbiamo finito di parlare il 25 aprile del 1945». Ma aveva anche torto: mentre scrivo si dice che il nuovo ministro degli interni del Governo Meloni che verrà dovrebbe essere quel prefetto di Roma che, un anno fa, lasciò che gli squadristi arrivassero alla sede nazionale della Cgil e vi entrassero devastandola. Pajetta aveva torto perché i conti con il fascismo, l’Italia non li ha mai chiusi. E a zittire Pajetta ci aveva già pensato il post-comunista Luciano Violante nel suo primo discorso da presidente della Camera applaudito dai fascisti di Alleanza nazionale, sdoganando le passioni dei ragazzi di Salò.

Quando vedo l’immagine di Ignazio Benito Maria La Russa ripenso a tutto questo. Perché suo padre era un gerarca fascista? Perché suo fratello ‒ di nome, neanche a dirlo, Romano ‒ viene fotografato al funerale di un camerata braccio alzato e mano tesa per il classico saluto romano? Non solo e non tanto. In uno Stato di diritto le colpe dei padri e dei fratelli non possono ricadere su figli e fratelli. Ripenso a tutto questo per la biografia stessa della seconda carica dello Stato, persino, mi verrebbe da dire se non temessi di essere accusato con qualche ragione di usare categorie lombrosiane, per la sua faccia, per il suo pizzo. Perché al terzo giorno del suo mandato difende la foto di Benito (Mussolini) nelle gallerie ministeriali. Perché propone di proclamare una nuova festa nazionale, addirittura la nascita del Regno d’Italia, per annacquare quelle ricordate da Liliana Segre: 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno. Perché a chi dice ‒ sempre Liliana Segre – che si è perso troppo tempo a tentare di cambiare la Costituzione invece di utilizzare quel tempo per attuarla, lui risponde poche ore dopo, nel discorso di insediamento, che bisogna cambiarla la Costituzione.

E rimugino, e la memoria mi riporta a un giorno lontano, era il 1971, e mi rivedo mentre scappo a gambe levate da Reggio Calabria inseguito da un manipolo di fascisti, i boia chi molla. E pensare che ero lì per raccogliere materiale per la tesi universitaria. Scappai a Messina facendo perdere le mie tracce. Per me, La Russa è la materializzazione dei miei incubi.

Di che ti lamenti, direte, di che hai paura? Vedrai la prima donna in Italia ricoprire la carica di presidente del consiglio che di sicuro non dirà, come fece il primo Benito: «Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo di soli fascisti». E aggiungeva, per non essere frainteso: «Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto». Certo, direte, stai sereno. Ma se cent’anni fa le forze parlamentari democratiche assistettero esangui alla presa del potere del duce, oggi si dividono e un drappello, un manipolo di quinte colonne consente addirittura l’elezione del secondo Benito a presidente del Senato. Ancora una volta, è l’opposizione intesa come alternativa che manca. Diceva un mio antico maestro: «Se oggi abbiamo la destra peggiore è perché abbiamo avuto la peggiore sinistra».

È un problema mio, Ignazio Benito Maria? Sono io a non riuscire a elaborare il lutto? Sono io a sbagliare, a incarognirmi, e non Luciano Violante e chi l’ha applaudito e chi continua a chiedere la fine di ogni ostilità? È questa la democrazia dell’alternanza cara a Veltroni? Non credo alla fine della storia, sono spaventato, ora demoralizzato ora furioso, ma curioso di vedere come andrà a finire.

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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