Appunti sul “fascismo storico” e quello attuale

image_pdfimage_print

Dopo i risultati elettorali italiani, che seguono quelli svedesi e quelli tedeschi ancora precedenti e che hanno visto un’affermazione dei partiti dell’ultradestra, tutti si sono impegnati nell’escludere che questi esiti aprano una strada al ritorno del fascismo storico. Lo stesso sforzo fatto da Fratelli d’Italia, partito di estrema destra, di evitare o almeno limitare manifestazioni nostalgiche – dal saluto romano, agli slogan del ventennio – è stato evidente. Ai raduni di FdI non si canta più “faccetta nera”, ma le canzoni del povero Rino Gaetano, che probabilmente si rigira disperato nella tomba. Poi ci sono state le affermazioni filoatlantiche e l’accettazione almeno parziale della guida della Commissione europea da parte del gruppo dirigente di FdI.

Ma – c’è da chiedersi – se Benito Mussolini o ancora più Galeazzo Ciano oppure addirittura Italo Balbo tornassero in vita oggi, riproporrebbero la stessa pratica violenta e la stessa retorica nazionalista e xenofoba sulle quali hanno costruito la loro presa del potere di cento anni fa oppure si adeguerebbero a questo nuovo atteggiamento “moderato”? Le differenze storiche sono evidenti: un secolo fa la borghesia industriale e agraria si sentiva minacciata da un ampio movimento operaio e bracciantile che si ispirava al socialismo e alla Rivoluzione russa; oggi le lotte sociali sono assenti o molto limitate, quello che resta della ex sinistra politica è priva di radici sociali ed è ininfluente sul piano parlamentare; essa non costituisce nemmeno la più piccola minaccia all’ordine sociale e istituzionale. Allora l’Europa usciva consapevolmente da una guerra sanguinosa e devastante sul piano sociale e culturale, da una consuetudine profonda con la violenza; oggi essa sta scivolando inconsapevolmente ogni giorno di più verso uno scontro bellico che potrebbe avere effetti disastrosi sia sul piano umano che su quello economico, ambientale e politico istituzionale. Appare ovvio, quindi, rispondere alla domanda precedente in termini negativi: non servono oggi squadre di picchiatori e adunate oceaniche, anzi potrebbero essere controproducenti.

Ma, fatte queste semplici e forse banali precisazioni, occorre chiedersi anche se dal punto di vista delle classi dirigenti ci sia un interesse reale a disporre di un governo istituzionale autoritario negli atteggiamenti e nelle modalità con le quali affrontare i problemi di gestione sociale ed economica e se ci sia la condivisione a un ritorno a una ideologia tradizionale, incardinata sui valori antichi della nostra cultura (dio, patria e famiglia).

In questo caso la risposta non può essere altrettanto netta: la crisi climatica, quella sanitaria, quella finanziaria ed economica e ancor più la guerra in corso in Ucraina introducono tanti e tali elementi di incertezza e di rischio da rendere difficile la previsione di quali possano essere i conseguenti atteggiamenti sociali e politici. È evidente a tutti, però, che il processo di globalizzazione che ha caratterizzato l’inizio del nuovo secolo sta subendo un drastico arresto, proprio a causa dei diversi aspetti della crisi del modello economico e sociale capitalistico. Non casualmente tutta la destra dei paesi occidentali, da Trump ai conservatori inglesi, dai polacchi del PIS a Orban, dalla Le Pen agli spagnoli di Vox, fino alla Lega e a Fratelli d’Italia è schierata contro la globalizzazione e le sue conseguenze nei rapporti con i paesi e i popoli meno ricchi dell’Africa, dell’America latina e, in particolare, con i paesi asiatici (Cina in testa) che sono diventati la fabbrica del mondo intero.

Nessuno è in grado di prevedere se e come il mondo uscirà da queste contraddizioni, ma certamente una proposta conservatrice, per quanto riguarda i privilegi del mondo cosiddetto occidentale (NATO+UE), e reazionaria, per quanto riguarda i valori culturali e sociali soprattutto in funzione della discriminazione verso l’immigrazione, sta raccogliendo un consenso (o almeno un’accettazione) non solo tra le fasce sociali più colpite dal processo di globalizzazione, ma anche tra settori di ceto medio impoverito e tra una parte non minoritaria delle classi dirigenti nazionali. Per interpretare questo ruolo politico di destra non serve un anacronistico “fascismo storico”, ma è utile una sua evoluzione moderna altrettanto conservatrice nei rapporti economici e sociali e reazionaria nei valori culturali.

Questa destra non è sostanzialmente nostalgica, ma conserva memoria delle sue radici ideologiche e storiche. La piccola e apparentemente banale vicenda della fiamma tricolore nel simbolo di FdI è un sintomo di questa capacità. All’opposto, ciò che resta della sinistra politica, almeno in Italia, è solo nostalgico di un passato glorioso e incapace, finora, di rielaborare il processo storico e di rivedere le sue radici ideologiche per riproporsi in una forma attualizzata e vincente. È ancora troppo presto per capire se la sconfitta elettorale in Italia riuscirà a produrre l’avvio di questo processo di rinnovamento sia nella pratica sociale che nel dibattito e nell’elaborazione politica; è ancora troppo presto per capire se i tempi di questa rigenerazione della sinistra sociale e politica saranno adeguati allo sviluppo delle contraddizioni esplosive che interessano in particolare l’Europa. È certo, però, che se non si imboccherà decisamente e rapidamente questa strada, sarà impossibile contrastare efficacemente l’involuzione conservatrice e reazionaria.

Gli autori

Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e volerelaluna.it

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.