L’estrema destra nell’Europa centro-orientale

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Il rapporto The Many faces of the Far Right in the Post-Communist Space del Centro per gli studi sul Baltico e l’Europa orientale (CBEES) di Stoccolma rappresenta un contributo prezioso alla comprensione di una regione geograficamente vicina ma di cui noi occidentali sappiamo, e capiamo, davvero poco. Un punto di forza è che i quattro saggi e i tredici country report che lo compongono si sottraggono allo scontro tra opposte tifoserie (pacifisti vs guerrafondai ecc.), essendo stati scritti poco prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Poiché è impossibile in questa sede discutere l’intero rapporto, mi limiterò alle sezioni più utili a far luce sulla crisi attuale. Il filo conduttore è costituito dal ruolo svolto dal revisionismo storico nel saldare tra loro due orientamenti apparentemente agli antipodi: il nazionalismo e l’europeismo; del secondo le reti transnazionali dei gruppi ultranazionalisti rappresentano la naturale diramazione.

Come ricorda Mark Bassin nel saggio di apertura, il luogo comune secondo cui l’estrema destra costruisce la sua identità sulle pulsioni nazionaliste impedisce di vedere come in questa galassia politica circolino diverse, e confliggenti, immagini dell’Europa, che si fondono con il nativismo in una sinergia dirompente. Se qualcuno pensava che l’inclusione nell’UE di molti dei paesi dell’ex blocco orientale avrebbe permesso di superare il divario tra Est e Ovest, oggi bisogna prendere atto che non solo l’obiettivo è stato mancato (un esito prevedibile fin dall’inizio, in una visuale marxista), ma anche che questa alterità è riattualizzata dall’estrema destra attraverso la contrapposizione tra un’Europa corrotta e agonizzante, identificata con l’Europa occidentale (l’“homo Brusellicus”) e la “vera” Europa, collocata nella regione centro-orientale, in particolare nel Gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Cechia e Slovacchia). L’Europa autentica viene celebrata come comunità spirituale fondata su tre pilastri: la famiglia, lo Stato nazionale e il cristianesimo; essa va preservata dalla penetrazione di teorie corrosive (come gli studi di genere o il multiculturalismo) e dall’immigrazione extraeuropea (soprattutto quella islamica). La crisi del 2015, con l’imponente afflusso di profughi siriani, ha esacerbato in modo parossistico la paura di un collasso demografico e culturale dell’identità europea. La resistenza offerta dai paesi del Gruppo di Visegrád al totalitarismo sovietico, spiega Bassin, è vista come prova della loro fortitudine morale, che oggi può essere di nuovo dispiegata per combattere i nemici, interni ed esterni, della cristianità. A dover essere salvata, si badi, è l’Europa tutta, non solo quella centro-orientale (anche per non dover rinunciare ai finanziamenti dell’Unione europea, ironizza l’autore). In questo discorso paneuropeista, il compito dei singoli Stati discende da una rilettura della storia che in ciascuno di essi intreccia in modo specifico la simbologia della nazione come baluardo (più evidente in Ungheria) con quella della nazione-martire (radicata in Polonia).

Francesco Zavatti esplora le infinite possibilità aperte offerte da Internet al revisionismo storico, anche grazie all’amplificazione una “cosmologia politica dualistica” (Apocalisse vs. Redenzione). Comune ai paesi analizzati è la torsione della seconda guerra mondiale da Grande Guerra Patriottica contro l’hitlerismo (la narrazione ufficiale sovietico-russa) a eroica resistenza contro l’URSS staliniana di formazioni filo-naziste (di cui vengono accuratamente rimosse le responsabilità nello sterminio degli ebrei e in altri massacri). Il revisionismo/negazionismo ha conquistato terreno persino nella Bielorussia di Lukashenko, che intrattiene un rapporto ambivalente con l’estrema destra (quella nazionale come quella straniera), come racconta Andrej Kotljarchuk. Alcuni gruppi, infatti, simpatizzano con la sua politica illiberale e nazionalista (il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore, è andato in pellegrinaggio a Minsk nel 2016). Nello stesso tempo, l’eredità della propaganda filonazista condotta in Occidente nel dopoguerra dai veterani bielorussi (alcuni al soldo della CIA) è stata raccolta in patria dalle generazioni successive, in chiave anti-Lukashenko. Pur dovendo fare i conti con la repressione del KGB e con la legge introdotta nel 2020, che criminalizza qualsiasi forma di riabilitazione del nazismo e dei collaborazionisti, le nuove leve sono riuscite, grazie a Internet, a far penetrare nel discorso pubblico il loro pantheon di “eroi” e le loro idee tossiche. Militanti neonazisti bielorussi hanno attivamente partecipato, dal 2014, al conflitto in Donbass ingrossando le fila del battaglione Azov, per difendere la vera Europa dall’assalto dell’impero orientale: la Russia.

Su quest’ultima si sofferma Stephen D. Shenfield, partendo dalla duplice declinazione che vi assume il nazionalismo: quella etnica e quella di Stato. Nel corso della storia, la russificazione forzata e l’idea che russi, bielorussi e ucraini costituiscano un’unica etnia si sono alternate a ordinamenti multietnici. Le tre costituzioni sovietiche (1924, 1936 e 1977) ribadivano il carattere federale e multietnico dell’URSS; Stalin tuttavia rimpiazzava le concessioni fatte dai bolscevichi alle etnie non russe (come compensazione per le ingiustizie subite nel passato) con l’etno-nazionalismo più aggressivo, pur conservando la facciata dello Stato federale. Con Gorbachev esplodevano i movimenti nazionalisti, sia russi che di altre etnie. Se negli anni di Yeltsin essi apparivano più una prerogativa dell’opposizione nazional-patriottica che del regime, con Putin la situazione è cambiata radicalmente. È vero che la Federazione russa è stata confermata come “civiltà multietnica”, ma al suo interno l’etnia russa gode di uno status nettamente privilegiato; nondimeno, esso si scontra con cambiamenti sociali e demografici (l’afflusso di migranti dall’Asia centrale e dal Caucaso, ad esempio) che accrescono il peso delle altre etnie. L’oscillazione tra le due varianti di nazionalismo si riflette nella nostalgia per differenti costellazioni storiche: 1) la Russia zarista (di scarso richiamo); 2) l’Unione Sovietica (il multietnico Lenin per i non russi, il nazionalista Stalin per i russi); 3) l’amalgama Russia zarista-URSS (la variante più influente: è la favorita di Putin, di Alexander Dugin, del comunista Gennady Zyuganov nonché degli esponenti dell’euroasianismo); 4) il rifiuto di entrambe (si va dall’idealizzazione delle tribù slave pagane alla ricerca di interstizi storici democratici, alternativi tanto allo zarismo quanto al regime sovietico). Anche nel caso russo, il nazionalismo si accompagna all’attaccamento a un’Europa che non è quella liberaldemocratica e atlantista, bensì quella conservatrice quando non reazionaria. A partire dal 2014, le tensioni con Kiev hanno acuito tanto il nazionalismo di Stato quanto quello etnico.

All’Ucraina sono dedicate due sezioni. Il country report di Vyacheslav Likhachev ne mette a fuoco la fragilità della democrazia, in bilico tra est e ovest e segnata da corruzione, scarsa trasparenza e flebile rispetto del diritto. Con la guerra nelle repubbliche filorusse e la rivoluzione di Maidan ‒ uno spartiacque, sottolinea l’autore, nella formazione dell’identità nazionale – simboli, slogan ed “eroi” (quelli del passato, come Stepan Bandera, e quelli del presente, come Andriy Biletsky, il creatore del Battaglione Azov) fino ad allora patrimonio dell’estrema destra vengono incorporati nel discorso mainstream, con buona pace dei crimini a essi correlati. Alla legittimazione pubblica tuttavia non si accompagna il successo elettorale: i gruppi ultranazionalisti, apprezzati per il contrasto militare all’aggressione russa, sono diventati infatti politicamente superflui: la retorica bellicista ed emergenziale ha ormai conquistato l’intera arena politica (tranne i partiti di sinistra, che non a caso sono spariti dalla scena).

Se questi processi sono ormai noti, la storia della diaspora dell’estrema destra ucraina, ricostruita nel saggio di Per Anders Rudling, dischiude scenari inediti e sconcertanti. Dopo il 1945 l’ala radicale dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, capeggiata da Bandera (OUN[b]), riponeva le sue speranze di vendetta nei confronti di Mosca (l’incarnazione di Satana) in una terza guerra mondiale – tra l’Occidente e l’URSS, appunto. Nell’attesa, essa proseguiva la sua attività di propaganda al di fuori della madrepatria. In particolare a Toronto (una delle mete predilette della diaspora ucraina), l’OUN[b] si scontrava fisicamente con i connazionali filosovietici, intrattenendo al contempo rapporti con la Spagna franchista e Chang-Kai-Shek a Taiwan. Dopo il crollo dell’arcinemico, i suoi militanti tornavano in patria, ottenendo nel 1993 la legalizzazione. Pur rimanendo marginale nel sistema politico, l’OUN[b] ha svolto un ruolo di primo piano nel plasmare la memoria pubblica e il sistema educativo, impedendo il confronto pubblico sui massacri di ebrei e polacchi perpetrati durante la guerra. Lo stesso ha fatto in Canada, dove la lobby ucraina è tuttora una delle più potenti del paese; in nome del multiculturalismo, i governi canadesi (compreso quello attuale) hanno elargito sostanziosi fondi a organizzazioni di chiara ispirazione banderista, che li hanno utilizzati anche per fondare scuole. La battaglia per la memoria ha investito soprattutto la carestia degli anni Trenta: i tre milioni e mezzo di morti accertati (più che sufficienti per suscitare orrore) sono diventati, nella propaganda ultranazionalista, dieci, una cifra che legittima l’interpretazione (avallata anche dal primo ministro canadese, Justin Trudeau) della politica staliniana come genocidio. Non sorprende che i rapporti tra queste organizzazioni e gli storici non siano armoniosi. Però un conto è il dissenso, un conto l’intimidazione. Ne hanno fatto le spese, tra gli altri, John Paul Himka (Università di Alberta) e l’autore del saggio, Rudling (Università di Lund), entrambi colpevoli di “revisionismo” per aver sfidato la narrazione ultranazionalista della carestia – e della seconda guerra mondiale. Mentre l’Ucraina consacrava Bandera come eroe nazionale e approvava leggi liberticide sulla memoria in nome della decomunistizzazione, questi e altri studiosi venivano denigrati sul piano personale e intellettuale e le loro Università subivano forti pressioni dalla lobby ucraino-canadese perché ponessero fine alle loro scomode ricerche.

Il rapporto del CBEES ci consegna elementi inquietanti sull’estensione e le risorse della rete transnazionale dell’estrema destra, ma anche sulla convergenza tra Est e Ovest in termini di restrizione delle libertà: quella accademica (in Ucraina e in Ungheria come in Francia e negli USA) e quella di espressione. A beneficiare di quest’ultima ormai sono soprattutto – in Occidente come nell’Europa orientale ‒ i gruppi neofascisti e neonazisti, che abilmente la sfruttano per riscrivere la storia – e cancellare la democrazia. 

La versione integrale del rapporto è accessibile al link: http://sh.diva-portal.org/smash/record.jsf?pid=diva2%3A1640388&dswid=-4827.

Gli autori

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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