È gradita la camicia nera

Proclamare un sacrosanto sciopero generale sarebbe «irresponsabile», sostiene il coro salmodiante che celebra senza sosta né pudore il “Governo dei migliori”. Mentre vezzeggiare, sdoganare, legittimare in ogni modo l’estrema destra va benissimo. Ma come sarebbe l’Italia guidata da un governo a trazione Fratelli d’Italia-Lega? Per saperlo basta leggere l’ultimo, terrificante, libro di Paolo Berizzi (È gradita la camicia nera. Verona, la città laboratorio dell’estrema destra tra l’Italia e l’Europa, Rizzoli, 250 pp., 17 euro). E forse dovrebbe leggerlo anche Enrico Letta, che va ad Atreju a tubare con Giorgia Meloni e il suo partito: legati al mondo indagato nel libro da un filo che non conosce soluzioni di continuità.

«Esiste, ormai, una modalità Verona – scrive Berizzi –. Un “rito veronese” che è combinato di elementi interconnessi: patriottismo locale, populismo etnico, tradizionalismo, identitarismo travestito da usanza popolare, ultracattolicesimo, neofascismo, neonazismo». Un cocktail micidiale, in cui ciò che chiamiamo cultura, patrimonio culturale, viene pervertito, e usato non come strumento di civilizzazione e apertura, ma come una leva xenofoba e razzista. Dice a Berizzi il giudice Guido Papalia, artefice di inchieste fondamentali sulla galassia neofascista e sulle sue filiazioni terroristiche e stragistiche: «durante il fascismo e nel periodo della Repubblica Sociale Italiana, Verona [che ne era capitale] aveva un potere enorme. […] Il neofascismo veronese fa leva sulla difesa del territorio, in particolare del centro storico: è, in scala provinciale, la tutela della sovranità della patria esattamente come la intendeva il fascismo. Chi non è bene accetto viene respinto, emarginato, escluso. Dal fascismo in poi il concetto della difesa della razza qui non è mai scomparso: è diventato ideologia. E sa perché sopravvive? Perché chi avrebbe il dovere istituzionale e civile di condannare con fermezza certi episodi – il linguaggio d’odio, l’intolleranza, la propaganda razzista e fascistoide – non lo fa: tollera, lascia passare, o, peggio, strizza l’occhio». Così, da una parte, la città storica si consuma nel marketing usurato e alienante della città di Romeo e Giulietta, dall’altra, quella storia straordinaria e tradita viene dolosamente travisata per legittimare una miscela esplosiva di affari e violenza. Con le arche scaligere che sono ormai l’equivalente del fascio, o del saluto romano.

«Ormai è diventato proprio un fatto di costume. A Verona va di moda dirsi fascisti: molti lo sono davvero, c’è una solida tradizione di famiglie molto benestanti e molto in vista della città che erano e sono fasciste, e non lo hanno mai nascosto. Anzi, oggi sono più sfacciate». A dirlo è Luca Tommasoli, il padre di Nicola: che nel maggio 2008 viene ucciso, solo perché portava i capelli lunghi, da una squadraccia composta da ultras dell’Hellas Verona (quelli che inneggiano a Hitler sugli spalti dello stadio), attivisti di Blocco Studentesco (costola giovanile di Casa Pound), simpatizzanti e candidati di Forza Nuova. Di uno di loro, Raffaele Dalle Donne (che ha scontato quattro anni di carcere), «ex studente del liceo Maffei, famiglia benestante veronese, si raccontò che quando la sua scuola organizzò una visita al campo di concentramento di Auschwitz rifiutò di partecipare per protesta».

È in questo contesto malato che affondano le radici nerissime quasi tutte le formazioni in cui continua a reincarnarsi il partito fascista: Veneto Fronte Skinheads, Forza Nuova, Fortezza Europa, Casa Pound e altre ancora. In questo continuo gioco di trasmigrazioni, sovrapposizioni, alleanze, condivisione di personale “politico” basterebbe ricordare il caso del Fronte Nazionale di Franco Freda, sciolto, applicando la Legge Mancino, perché scopertamente filonazista ma che «subito dopo il suo tramonto rivive di fatto nel laboratorio neo nazi fascista che porterà alla nascita di Forza Nuova». Quella Forza Nuova che ha dato l’assalto alla sede centrale della Cgil lo scorso 9 ottobre, e che il Governo Draghi (paralizzato dalla Lega e dall’anti-antifascismo del potere economico italiano) si rifiuta tuttora di sciogliere: «aboliremo la Legge Mancino», aveva del resto promesso Matteo Salvini dal palco di Pontida, nel settembre del 2017.

Bisogna leggerlo, il libro di Berizzi, per capire cosa tenga insieme la ricca vandea cattolica che distribuisce feti di plastica contro l’aborto e indice i congressi della famiglia; il comitato Anti 89; le celebrazioni di Lepanto; un sindaco (Federico Sboarina, ora in Fratelli d’Italia) apertamente sostenuto da Fortezza Europa, una formazione neonazista fin dal nome hitleriano: «fascisti, preti, naziskin, leghisti, golpisti che hanno tramato contro lo Stato». Non una carnevalata, ma un blocco di potere pericoloso e deciso, che ha da tempo in mano una città e un territorio, e che sogna di mettere le mani su tutto il Paese.

Liliana Segre dice che la voce di Paolo Berizzi «si alza nel mare dell’indifferenza» per metterci in guardia da tutto questo: ascoltiamola, prima che sia tardi. Prima che i pensosi migliori ci consegnino mani e piedi ai fascisti.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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