Non arrendersi mai!

image_pdfimage_print

Dobbiamo essere grati a Tomaso Montanari per aver coraggiosamente denunciato l’indecente speculazione su un fatto, pur dolorosissimo e drammatico, quale quello delle Foibe. È una speculazione cavalcata dai movimenti reazionari di destra, ma con l’avallo, ahinoi, delle istituzioni.

Non entro nei particolari, ormai noti, di quegli eventi; gran merito di Montanari è aver riaperto un capitolo oscuro e oscurato della nostra storia. È il capitolo dei nostri orrori, dei nostri crimini di guerra. La nostra stampa ufficiale e i media hanno sempre mantenuto infatti, quasi senza eccezioni, un connivente silenzio al riguardo, ed è stato grazie ad alcuni nostri storici e a un’ampia storiografia slovena e croata, che ha documentato un periodo orribile di deportazioni, di eccidi, di assassini, di case bruciate e di saccheggi, che noi abbiamo conosciuto la realtà. Una realtà di cui si resero responsabili le truppe italiane di occupazione, avendo come regista supremo quel gran criminale di guerra che fu il generale Roatta (che concluse proprio in Jugoslavia la sua disonorevole carriera, iniziata con l’organizzazione dell’omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli in Francia e rimasta totalmente impunita). Roatta fu il regista ma intorno a lui c’era un’intelaiatura spessa di funzionari che, a cominciare dai prefetti, si resero complici di quelle operazioni di rappresaglia e “pulizia etnica”. Ebbene, malgrado le denunce di alcuni storici rigorosi (tra i quali voglio ricordare Angelo Del Boca, recentemente scomparso, che è stato in un certo senso il battistrada di questo disvelamento), la realtà è stata compiacentemente occultata: i media e la politica le hanno sostituito la falsa retorica degli “italiani brava gente”. Una falsa retorica, vorrei aggiungere, che ha riguardato non solo i vari settori di guerra esterna ma il nostro stesso Paese, dove gli episodi più spietati di repressione di partigiani e antifascisti furono in primis opera di italiani, di coloro che aderirono alla Repubblica di Salò, o, presentatisi alla chiamata dei bandi Graziani e addestrati in Germania, furono intruppati nel miniesercito fascista. Noi che abbiamo fatto la Resistenza in città ben ricordiamo quale fossero l’entità della repressione e l’insidia delle spie che in essa si annidavano e che a stendere un velo protettivo fu la solidarietà della grandissima parte della popolazione, della gente comune che pur giorno per giorno lottava per sopravvivere.

Tutto questo oggi viene bellamente rimosso o manipolato. Concedetemi una civetteria. L’anno scorso la tavola rotonda di presentazione di Noi, Partigiani l’ammirevole lavoro di Gad Lerner e Laura Gnocchi che raccoglie le testimonianze degli ultimi sopravvissuti della Resistenza – si stava concludendo con un intervento di Paolo Mieli infarcito di frasi come «Beh, dobbiamo però pur sempre comprendere anche quei giovani che fecero la scelta sbagliata», che di fatto riabilitava anche “i ragazzi di Salò” con quel tono apparentemente neutrale che riesce a confondere le idee agli ascoltatori. Per fortuna Lerner si accorse che io quasi saltavo sulla sedia e mi diede nuovamente la parola consentendomi di ricordare agli smemorati quanto fossero “buoni” quei ragazzi e di dire quel che penso su posizioni come quelle e sul loro carattere profondamente fuorviante.

Io sono profondamente convinto del resto – e credo sia bene ricordarcelo – che i falsi e le rimozioni hanno radici lontane, già negli anni immediatamente successivi alla Liberazione, quando pure era ancora presente il calore degli entusiasmi, soprattutto di noi giovani che avevamo scelto di diventare partigiani e di non rispondere alla chiamata alle armi dei due bandi Graziani. Fu allora, infatti, che si pensò di chiudere i conti con il fascismo prevedendo un’amnistia che fece molti più guai che benefici e si prestò a scandalose assoluzioni di criminali e aguzzini; e che quella meravigliosa stagione si chiuse con il mancato radicale rinnovamento del nostro Paese, in tutti i suoi gangli, un rinnovamento che avrebbe dovuto partire dalle istituzioni, quindi dalla magistratura e poi allargarsi a tutti gli organismi dello Stato: polizia, esercito, pubblica amministrazione, educatori e professori universitari. Si diede corso, invece, a un processo di tacita continuità col passato e a quella grande rimozione, a quella grande autoassoluzione, da cui non si sottrassero – so di dire una cosa sgradevole – anche gli intellettuali, e in primo luogo i professori universitari. Io non posso dimenticare – e so benissimo che anche questo non è gradevole a sentirsi – il fatto che i nostri professori universitari, i professori di noi che negli anni ’43-‘45 fummo buttati nella mischia senza aver avuto alcuna cultura e preparazione politica, alcuna reale scintilla critica, nel 1931 avevano tutti giurato fedeltà al fascismo. Tutti tranne 12, e tranne un modesto incaricato, Leone Ginzburg, cui era stato attribuito un insegnamento fondamentale per la sua stessa sussistenza. Un giuramento fatto con una formula degradante, mentre Antonio Gramsci marciva in carcere e il tribunale speciale condannava a decine di anni di reclusione gli antifascisti, comunisti, socialisti, azionisti che in assoluta minoranza si erano battuti contro il regime.

Quei comportamenti e quelle decisioni sprigionarono un veleno che avrebbe lasciato tracce profonde e permanenti nel nostro tessuto politico, etico e culturale. Persino nei successivi grandi momenti di risveglio e di riscossa, fallito il tentativo iniziale di rinnovamento, non si è avuto il coraggio di fare una generale autocritica del nostro passato. Così quel veleno lo ritroviamo oggi, lo ritroviamo nel clima che stiamo vivendo, di distacco dalla politica, di acquiescenza, accettazione, rassegnazione di fronte a una situazione che alcune decine di anni fa sarebbe parsa financo impossibile immaginare.

L’incontro odierno va sotto il nome “Allarmi, siam fascisti!”. Un’espressione appropriata, anche se non posso nascondervi che essa mi fa ancora venire qualche brivido, perché ancora sento, dentro di me, quelle parole e quel canto. Di quando mi affacciavo, ragazzo, in via Garibaldi, richiamato dalle squadracce fasciste che sfilavano con in testa il pluriassassino e incendiario della Camera del lavoro, Piero Brandimarte, e scazzottavano i cittadini che incautamente non si erano immediatamente levati il cappello. E purtroppo rievocato oggi dalle bravate squadristiche di Casa Pound, di Forza nuova e dei vari gruppi eversivi che agiscono impunemente e che noi ci siamo attardati nel denunciare.

Ma ciò ci impone anche un esame critico dell’attuale clima di apatia e indifferenza. Pensate, noi oggi viviamo in un Paese nel quale abbiamo personaggi come Giorgia Meloni, popolato di fascisti in doppiopetto quali quelli che un secolo fa, proprio avvalendosi delle squadracce, erano, in realtà, la vera colonna portante del regime fascista: quei fascisti in doppiopetto che, quasi fosse cosa normale, seriamente minacciano di andare al governo. Pensate, nel luglio 1960, quando ci fu il Governo Tambroni, noi facemmo pressoché una rivoluzione! Oggi invece si assiste indifferenti o compiaciuti a questa deriva, in una sorta di assuefazione alla crescita dell’ampio spettro di una destra fascista che, non dimentichiamolo, non solo è espressa dalla Meloni o personaggi consimili, ma anche dall’ampia galassia del razzismo, di cui la Lega è punta di diamante, difficilmente distinguibili da un fascismo più o meno dichiarato: i fatti sono sotto gli occhi di tutti.

Ma io penso sempre che non è mai troppo tardi per reagire. Solo è che non possiamo aspettare ancora. E soprattutto per chi appartiene a quelle classi del ‘23, ‘24, ‘25, ’26 che nella Resistenza credettero non soltanto di riscattarsi e di ritrovare la dignità di cittadino, ma di contribuire a costruire un mondo nuovo, quello di oggi è uno spettacolo veramente amaro e rivoltante. Dà la sensazione a noi pochi superstiti, ormai alle soglie del commiato, di lasciare il nostro Paese in una condizione di decadimento politico e sociale, di un fallimento: che, non a caso, si accompagna alla reazione padronale, al ristabilimento di quel capitalismo selvaggio che la pandemia sembrava dover accantonare per sempre, con la caduta dell’ultra liberismo e dei falsi ideali che esso porta con sé. Ecco, io non posso accettarlo!

Va tuttavia detto che, nonostante tutto, ci sono segnali di resistenza e di riscossa. Segnali, non a caso, provenienti dalla classe operaia in lotta, proprio in questi giorni, contro le delocalizzazioni e le chiusure delle fabbriche. Sono, però, in genere manifestazioni in ordine sparso, che potranno avere un risultato se si riuscirà a coagulare e a mobilitare i giovani. Su questo terreno l’Anpi, sta facendo un notevolissimo lavoro. Ma non basta. Il cammino è lungo, però la bussola c’è. Ed è nel recupero della memoria, dell’intransigenza e del rigore di Gobetti e di Gramsci, nell’esempio e nell’enorme lascito etico e politico – non è retorica ricordarlo – dei nostri compagni caduti, feriti, deportati, nell’insegnamento di chi ci ha guidato al ritrovamento di noi stessi. E ancora, nell’oggi, in un prezioso monito di quella grande figura che fu Nuto Revelli; Nuto diceva, in quel leitmotiv che fu suo costante assillo: capire e non arrendersi. Capire ciò che siamo stati e ciò che dobbiamo essere; capire e non arrendersi: mai.

 

 È la trascrizione dell’intervento svolto dall’autore domenica 19 settembre 2021 nell’incontro “Allarmi siam fascisti! Succede in Italia” organizzato da Volere la Luna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.